In inglese vuol dire " me ne interesso, ne prendo cura". I commenti di Beatrice e di Harmonia mi invitano a parlare ancora di Don Milani, che volle riassumere in "I care" lo spirito di Barbiana.
Cara Beatrice, la svolta nella vita di Don Milani fu la sua conversione al cristianesimo e poi la sua vocazione al sacerdozio. Don Milani era un prete cristiano, cattolico, apostolico e romano e credo non abbia mai avuto dubbi sulla sua vocazione.
Ne ebbe, di dubbi, su tutto il resto, e se era " un'anima tormentata", lo era anche per il dover constatare quale immensa distanza passasse tra il folgorante messaggio del Cristo e la ordinaria pratica del cristianesimo. La sua disubbidienza elettorale fu ben poca cosa rispetto alla sua obbedienza al Cristo, non come testimonianza individuale, ma dentro la struttura ( i riti, gli uomini, le vicende) della Chiesa Cattolica. Fu una sua scelta, mai smentita, e non intendevo fare una provocazione ma dire quello che credo di aver saputo.
Riprendo di qui, in ritardo ( e me ne scuso ) ma potendo rispondere ad un secondo commento di Beatrice, ancora più pregnante del primo. E ringraziando harmonia per le cose che scrive e che mi confondono.
Questo però diventerà un post lungo, perchè vuole affrontare due temi. Il primo è semplice: quanto è veritiero l'interesse per Don Milani da parte di Veltroni e di quella sinistra che si richiama ad "I care"?
Beatrice dubita ruvidamente ( ma con quanta ruvida grazia di scrittura ...) che l'interessamento sia sincero. Io dissento. Per convinzione, ma anche per speranza, perchè un profeta non serve a niente e viene rapidamente dimenticato se non muove l'anima di chi è solo un uomo ordinario ma che si scopre a volersi interessare. I progressi del vivere sociale avvengono perchè uomini ordinari trasformano certe illuminazioni in noiose azioni giornaliere, giorno dopo giorno. Non c'è niente di più frustrante del lavoro politico, ma neanche niente di più meritevole, quando sia un lavoro fatto con onestà intellettuale e buona volontà.
Il secondo tema è immenso, perchè vuole parlare di Joshua ben Josef il Rabbi e della sua Chiesa e dei suoi preti e papi. Confesso che il Maestro mi mette soggezione e non ne pronuncio o scrivo volentieri il nome italiano. Io sono cresciuto, cara Beatrice, tra due genitori entrambi di grande fede; quella di mio padre profonda e dubbiosa, quella di mia madre semplice e confidente. Il Maestro ( perchè tutto parte da Lui ) l'ho conosciuto leggendo e rileggendo i Vangeli canonici. Mi ha sempre colpito e emozionato la Sua totale estraneità dal mondo che lo circonda. La Sua alterità. Mentre rovescia ogni precedente idea sedimentata e accettata, si dispera per la totale ottusità dei suoi seguaci. Nasce in un oscuro paesino della Galilea e vi cresce senza che se ne abbia notizia. Poi, improvvisamente, in tre anni di predicazione ribalta ogni prospettiva. Dopo la Sua predicazione, Dio non è più il Dio di Isacco e Giacobbe, Cesare perde ogni attributo divino, la donna è restituita alla sua dignità e l'uomo non può essere più quello di prima.
Rovescia l'Universo del suo tempo: uomini e donne, di ogni etnia e condizione, di ogni nascita e ventura, di ogni plaga, di ogni istruzione o ignoranza, qualunque sia il loro grado di bontà o di ferocia sono proclamati di uguale valore e dignità. Fratelli, perchè figli dello stesso Padre.
Ribalta i rapporti di forza:
1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: 3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli. 4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati. 5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra. 6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati. 7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia. 8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio. 9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio. 10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Sostituisce il perdono alla vendetta:
38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; 39 ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra. (Matteo,5-)
Annulla ogni stupida soggezione alla norma:
27 E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! 28 Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato». ( Matteo 2- )
No, il Rabbi non era un uomo come noi. Era il Cristo, Figlio del Dio vivente, venuto a mostrare agli uomini cosa potrebbe essere la vita in questo pianetino verdeazzurro: amore e libertà, semplicità e speranza, consolazione reciproca e allegria, nell'attesa di nostra Sora Morte corporale.
Nessuno dei suoi discepoli capì. Non dico Scribi e Farisei: i discepoli.
Neanche Sua Madre capiva: che vuoi da me, donna?
Il suo primo Papa lo rinnegò per vigliaccheria, giurando di non averLo mai conosciuto.
Risorse dalla morte, ma non ci credeva nessuno ( solo le donne...)
Tommaso volle toccare; non si fidava delle apparenze.
Disse ai suoi discepoli: amatevi gli uni con gli altri come Io vi ho amato, e i discepoli hanno passato secoli a perseguitarsi mutuamente e ad odiarsi.
E tu, cara Beatrice, ti meravigli se un povero prete offende il Cristo e tua madre, negando un gesto di amore? E' quel prete che ha bisogno di tua madre. Sia dunque tua madre ad invitarlo, mostrando il Rosario, a una preghiera comune.
E se cinquemila euro possono far credere ipocritamente che i conti sono saldati senza la necessità di un gesto di amore scambievole, se si verniciano d'oro le muffe, se il Papa parla di tutto ma tace sul rovesciamento dell'Universo che il Cristo è venuto ad annunciare, è perchè quelle Sue parole sono ancora incomprese, travisate, asservite, non credute.
Del resto, nelle nostre cattedrali mercificate al turismo di massa, il lumino rosso che segnala la presenza vera del Maestro che aspetta paziente un pensiero e un sorriso, è sempre più nascosto. Va cercato, scrutando dove abbiano nascosto il Padrone di casa.
Si illuminano a pagamento gli affreschi, ma il cuore degli uomini rimane oscuro.
Solo a S. Galgano splende la luce immortale della Parola, nel silenzio, e il vento come lo Spirito "lo senti passare, ma non sai da dove viene, nè dove va"
Scriverò sul prossimo post perchè Don Milani fu così fedele alla sua Chiesa. O almeno ci proverò.
Ora vado a cena. Leggete il Vangelo, ma come bambini piccoli!
Mi pare che i bei commenti a Intermezzo I lo concludano degnamente. Ma stasera voglio parlare di
Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana.
Da Beatrice trovate tre splendidi post che lo ricordano. Andateci.
Io ne scrivo ricordando anni lontani. Dovete sapere che fra i regali che ho avuto da una vita fortunata uno, splendidissimo, è stato di avere avuto come Prof. di religione ( al ginnasio liceo Galileo Galilei di Firenze ) Don Raffaele Bensi. Era il 1954! Siccome il liceo Galileo è a tre passi dalla piazzetta S.Michele Visdomini ( a Firenze chiamata, senza tante arie, San Michelino, dove Don Bensi era parroco), finii per diventare uno dei "ragazzi di don Bensi " Però, ignoto. Mai conosciuti gli altri "ragazzi". In realtà facevo il portinaio; don Bensi confessava in camera sua, chiudendo alla bisogna la porta e riaprendola a confessione finita. In anticamera aspettavano il turno gli altri e chi arrivava suonava il campanello della canonica. Io andavo ad aprire, allievando così il lavoro alla " schiava", come la chiamava Don Bensi, cioè alla perpetua.
In anticamera faceva bella mostra "l'armadio del buon Gesù" ( definizione di don Bensi ), che sembrava proprio un armadio e invece nascondeva un inginocchiatoio con una grata che dava dentro la chiesa, e si poteva pregare e fare penitenza.
Alla fine del pomeriggio facevo capolino in camera, arredata con letto di ferro battuto, inginocchiatoio contro il muro con un piccolo Crocifisso, finestra con Cupolone, scrivania con sedia davanti per l'ospite. Don Bensi mi chiedeva se volevo confessarmi e al diniego tirava da un cassetto della scrivania un pacchetto di sigarette, ne prendeva mezza e se la fumava con gusto. Si parlava di questo e quello fino a che la "schiava" spediva me a casa (dove arrivavo tardi, abitavo in periferia ) e Don Bensi a cena.
L'abitudine andò avanti, in modi diversi, per vent'anni ; potei continuare perchè finii per lavorare a cento metri da San Michelino. E siccome lavoravo sodo, mi capitava di trovare Don Bensi, la mattina prima delle sette, a passeggiare per via dei Servi col tabarro nero e il basco.
Don Bensi fu il confessore e il direttore spirituale di Don Milani dal 1943 fino alla morte. E non si capisce Don Milani se non si ricorda cosa è stata la Chiesa fiorentina del Cardinale Elia Dalla Costa, che chiuse le finestre dell'Arcivescovado in faccia a Hitler e Mussolini, di Padre Turoldo, di Padre Balducci, di La Pira. Con l'Arcivescovo Ermenegildo Florit cominciò la normalizzazione; era il 1962.
Era una Chiesa di spiriti liberi ma obbedienti alle decisioni dei propri Vescovi. Il più obbediente fu Don Milani, che, cacciato da Firenze, invece di fondare cenacoli o camarille prese il suo furibondo amore per i poveri e per la giustizia e se li portò a Barbiana. Lì trovò i suoi ragazzi e la sua opera. Aveva armi culturali per riempire una biblioteca di libri, ma aveva capito che è meglio un caffè con un amico, o un'ora di scuola a chi serve, che cento libri scritti.
A casa di Don Bensi incrociai anche La Pira. Gli aprii l'uscio e il Sindaco Santo, che tutta la Firenze massona e bottegaia prendeva per il culo, si catapultò in camera e ne riemerse due ore dopo. Uscendo mi guardò di sotto in sù perchè era piccolo e mi apostrofò: lei che fa? Gli dissi che studiavo ingegneria. Allora mi prese per il braccio e mi ingiunse di diventare un ingegnere bravissimo. Quello era il mio compito, e che non provassi a tradirlo. Un ingegnere bravissimo. E che non temessi per il futuro, giovane com'ero. Tra la distruzione del pianeta per morte atomica e la pace, l'umanità avrebbe imboccato la via della pace, che era ineluttabile. Occorreva lavorare per la pace, ma l'esito era sicuro.
La Pira era un profeta, che non è il nome di chi vede il futuro, ma di chi ne indica uno.
Spes contra spem. Anche questo diceva il Professor La Pira mentre infuriava la guerra in Vietnam e si riempiva il Pianeta di missili atomici.
Caro Professore, stiamo invece riuscendo a distruggere il pianeta per morte mercantile, e ci sono guerre ovunque; sono guerre straccione di poveri contro poveri. Oppure guerre blasfeme, nel nome di un Dio bestemmiato come portatore di morte. Ma ancora diciamo spes contra spem- speranza contro ogni speranza, perchè saranno gli inermi ad ereditare la terra...
Ubbidienti ai comandi del proprio Vescovo e assolutamente liberi di agire secondo la propria coscienza. Don Bensi non fece mai carriera; arrivò fino a monsignore, sghignazzando sul fatto che ora poteva avere i bottoni della tonaca color malva, volendo. Padre Turoldo, con le mani come badili e il cuore ferito dei poeti continuò fino alla morte per cancro a scrivere liriche a Dio, come Giobbe. Quel Dio che è dramma, ma anche Amore, mistero della fede, e questo assolve tutti. Don Milani morì serenamente mormorando che stava per avvenire finalmente che un cammello passasse per la cruna di un ago, perchè lui, ricco, stava per entrare nel regno dei Cieli...
La volta che mi lamentai per la storia non proprio gloriosa della Chiesa, Don Bensi mi disse che la Chiesa era come una vecchia baldracca che camminava faticosamente per i sentieri della Storia. Ma stringeva in petto la Luce del Vangelo. E che Chiesa erano, eravamo, tutti, e tutti ugualmente indeguati a portare quella Luce. Contava solo la buona coscienza, l'onestà nel provarci, e che il Maestro aveva già perdonato tradimenti, accidie, orgogli, e perfino misfatti e infamie. Erano tutte cose nelle corde dell'uomo, e Lui la sua Chiesa l'aveva affidata agli uomini. Una volta per tutte, con un solo gesto. E che erano Chiesa cattolici e protestanti, ortodossi acefali e ortodossi uniati, cristiani etiopi, santi spiccioli e organizzatori. All'avanguardia avrebbero marciato i santi obbedientissimi e liberissimi, come Francesco, Lorenzo e David e Giorgio; il resto, dietro. I Papi, in coda.
Continua la marcia della Chiesa per i sentieri della Storia. Annunciate la Buona Novella e diffondetela. ( qualcuno capì: convertiteli tutti a legnate, ma non è assolutamente così! ).
Questo era il comandamento.
Che un così sgangherato corteo abbia attraversato la Storia dell'Occidente dalle legioni romane ai viaggi nello spazio è un bel mistero. Il viaggio continua.
Monsignor RAFFAELE BENSI
Intervista a Monsignor Bensi di Nazzareno Fabbretti "Domenica del Corriere" 27 giugno 1971
"E' stato sotto un bombardamento che l'anima di don Milani mi si è spalancata la prima volta. Era il luglio 1943. Stavo togliendomi i paramenti dopo aver celebrato messa, vidi che un giovane mi aveva seguito in sacrestia. Feci cenni al nuovo venuto di accomodarsi in confessionale. I ragazzi che mi venivano a cercare in genere desideravano confessarsi . Ma lui mi disse: "Mi chiamo Lorenzo Milani, ricorda? ci siamo conosciuti l'anno scorso, davanti alla prefettura. Non voglio confessarmi. Non sono nemmeno cristiano, anche se, come figlio di un'ebrea, ho ricevuto il battesimo per salvarmi il corpo. Ora è l'anima che mi vorrei salvare. Desidero parlare con lei." Allora gli risposi che non avevo molto tempo. Dovevo correre subito a San Quirico Marinolle, fuori città, dove un giovane prete, mio alunno, era morto lo stesso giorno. " Se permette," mi disse il giovane "l'accompagno." Andammo così, sotto il bombardamento, fino in campagna. La sua anima mi si spalancò tutta. Capii di aver davanti un uomo molto diverso da tutti quelli conosciuti fino allora. Quel ragazzo, anche se stava ancora cercando la verità, era già pieno di Spirito Santo. Poi, quando fummo davanti al letto del giovane prete morto, don Dario Rossi, a San Quirico, egli mi disse, semplicemente: "Io prenderò il suo posto".
E' Monsignor Raffaele Bensi che racconta. Exvicario generale della diocesi di Firenze, questo prete che ha passato i settantacinque e ama definirsi "uggioso", ha avuto la ventura, per oltre vent'anni, di essere il confessore, il padre, l'amico del prete più scomdo del dopoguerra italiano, don Lorenzo Milani. Il rapporto fra Bensi e Milani è stato sempre burbero, tenero, tempestoso, difficile e felice nello stesso tempo. Se monsignor Bensi potesse raccontare "tutto", si avrebbe il più sconvolgente ritratto di don Milani. Ma questo vecchio prete fiorentino, estroso, vivace, burlone, col gusto innato del paradosso e della battuta, di don Milani è stato soprattutto il confessore. Il più, il meglio (e il peggio) di quella difficilissima creatura non lo potrà mai raccontare a nessuno, lo porterà con sé nella tomba.
"Certo, sarebbe il colmo che mi mettessi a raccontare certe cose. Neanche le lettere che ho saranno mai pubblicate. Capisco che potrei arricchire la conoscenza dell'anima e della personalità di don Milani, ma non posso pubblicarle, e non voglio. Sono alcune centinaia, quelle lettere: la storia interiore e ache esteriore, di don Lorenzo c'è tutta. A me ha potuto e voluto dire tante cose che non poteva dire neanche a sua madre ".
Non è stato comunque lui a battezzare don Milani.
"Il battesimo, quando lo conobbi, l'aveva già ricevuto. Lo aveva avuto per salvare il corpo, perché era ebreo. Ma per salvare l'anima venne da me. Da quel giorno d'agosto fino all'autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l'assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire. E così fu. In seminario cozzò immediatamente contro metodi e mentalità che non avrebbe mai potuto accettare. Furono conflitti spesso paurosi, che lo laceravano fino allo spasimo. Allora correva da me. Si confessava in genere il lunedì, ma spesso mi cercava anche due o tre volte la settimana. Quando era costretto a ingoiare "rospi" che non riusciva a mandar giù, correva da me, mi chiedeva aiuto ".
"Dunque lei capì subito che quel prete era destinato all'infelicità?"
"Lo capii subito. E non è detto che tante volte anche lui non rendesse infelice me, e io lui. Il nostro rapporto è sempre stato burrascoso, una " lotta con l'angelo ": nessuno dei due ha mai vinto, nessuno dei due ha mai perso. Ricordo i momenti di gioia maggiore: furono sempre uniti a momenti di dolore, o almeno di ansia. Fui presente alla sua prima messa, lo assistetti io quel giorno; ricordo com'era trasfigurato. Ma io pensavo: e adesso dove me lo manderanno questo ragazzo? Se me lo mandano accanto a un parroco che non lo capisce, son dolori. Ero preoccupato, e dovette esser lui, come tante altre volte, a far coraggio a me. Lo mandarono a San Donato di Calenzano e, come temevo, i guai cominciarono subito. Si mise a scrivere le Esperienze pastorali. Quando il libro uscì, nonostante l'imprimatur della curia, l'approvazione del cardinale Dalla Costa e la prefazione di monsignor D'Avak, chi fu che il Sant'Uffizio mandò subito a chiamare? Chiamarono me. Mi fecero un mucchio di domande: il libro da chi viene? E' soltanto don Milani che lo ha scritto o è opera di un gruppo sovversivo? don Milani ha rapporti con La Pira? chi c'è dietro? e cose del genere. Io cercai di aggiustar tutto alla meglio ".
" Lo aiutò sempre quando fu nei guai? "
" Sempre. E poi lui da chi sarebbe corso, se non da me? Coi ragazzi, a San Donato e poi a Barbiana, mi chiamava " il su' babbo " e " il su' nonno", e anche quando pareva che fosse venuto senza scopo, bastava quel certo modo di guardarmi perché capissi che dovevo far qualcosa per aiutarlo. Ho sempre fatto tutto quello che ho potuto, anche se lui, benedetto testone, si cacciava subito in guai peggiori ".
" E' vero secondo lei, che don Milani era anche un orgoglioso, un superbo?"
" Mamma mia se lo era. Un orgoglioso di tre cotte. Ed era anche un gran bugiardo. Non che volesse dir le bugie; voleva solamente dimostrare certe cose che gli stavano a cuore. Per lui, certe volte, le bugie erano "parabole" con cui riusciva a farsi capire meglio, come quando i suoi compagni gli consigliavano di scegliersi un "padre spirituale", rispondeva, quasi rabbioso: "O che me ne fo io del padre spirituale? Nel diritto canonico 'un c'è scritto d'avere il padre spirituale. Pigliatevelo voi, il padre spirituale, se vi garba." Invece ce l'aveva il padre spirituale, quel birbone. Ero io. E' chiaro che si trattava di un orgoglio "speciale". Io non lo perdonerei a nessun altro. Ma lui, voglio dire, non era orgoglioso per sé. Per sé, tutti lo sanno, scelse e accettò sempre i posti più scomodi e umili. Dice niente che sia vissuto e morto, per vocazione ma anche per obbedienza, fra quattro poveri ragazzi di campagna, quest'uomo che poteva essere un " Padre della Chiesa" del nostro tempo? Ma quando si trattava della verità, non aveva dubbi, non guardava in faccia a nessuno. Lo diceva anche, che lui era l'unico " Padre della Chiesa " oggi, e che soltanto lui aveva veramente qualcosa da dire. Non ha mai dubitato d'essere dalla parte della ragione. Quello che sono stato a sentire da lui, non sarei stato a sentirlo da nessun altro, massimamente da un prete, senza prenderlo a schiaffi. Però non creda che mi avesse rimbecillito. Molte volte l'ho preso per il colletto, gliene ho dette di tutti i colori. Mi ricordo come fosse oggi che un giorno, non so più bene perché, presi su e andai a Barbiana. Gli dissi che volevo cantargliene parecchie. E lui, duro: "Bene, ma le sto a sentire solo davanti ai ragazzi, come per tutti quelli che mi vengono a parlare." Io non avrei voluto, perché ero pieno d'indignazione. Ma lui fu più duro che mai. Allora accettai. Sullo spiazzo della chiesa, lui di là, io di qua, con intorno i suoi tremendi ragazzi che pareva mi volessero saltare addosso e scazzottarmi da un momento all'altro. E' stato un processo vero e proprio. Non misurai le parole, gli dissi di tutto. Lui mi ascoltava, freddo, un po' ironico, pareva mi pigliasse in giro. Solo dopo un po' i suoi occhi si fecero più umani, più dolci. Capiva che avevo ragione, ma lì, davanti ai ragazzi, non me l'avrebbe mai data, neanche se l'avessero scannato. Alla fine non riusciva più a tenere i ragazzi. Ero sicuro che mi avrebbero bastonato. Ma lui allora li guardò e li fermò con una sola parola: "Boni, bambini, boni: quello è il mi' babbo, e 'un si tocca ".
" Chi era davvero don Milani? "
" Era un illuminato, un profeta, un testimone unico nel suo genere. E' un gran bene che ci sia stato. Sarebbe un disastro se ce ne fossero altri, voglio dire proprio come lui, e senza essere quello che lui era. Non so se riesco a farmi capire. Era un cristiano, ma anche un ebreo: un piede, a suo modo, nel Vecchio Testamento l'ha sempre tenuto. Di qui il suo rigore, le sue collere, la sua spaventosa intransigenza ".
" Lo ha incoraggiato anche lei ad assumere nei confronti dei vescovi, della gerarchia, le posizioni che assunse?
" Non ho mai avuto bisogno di incoraggiarlo a qualcosa, se si trattava di qualcosa dove c'era bisogno di coraggio. Sia chiaro che lui della Chiesa, del vescovo, era innamorato, un innamorato "folle". Chiedeva tutto, esigeva il massimo, la perfezione; in questo, se si vuole, era anche un po' disumano. Ma io so che pagava per primo, che non si concedeva indulgenze, e quel che chiedeva alla Chiesa e al vescovo lo chiedeva per amore. La sua ostinazione, per esempio, nel chiedere al vescovo che restituisse a lui, prete colpito, calunniato, esiliato, l' "onore" che gli spettava, non era per se stesso, ma per il sacerdozio, per il sacerdote, soprattutto per i suoi ragazzi. Ma queste son cose che si capiranno bene soltanto col tempo Don Milani è più per domani che per oggi, di questo son sicuro. Però poi era anche lui un gran "coccolone": s'inteneriva subito per un pensiero, per il tono dell'affetto nella voce, per la minima delle attenzioni nei suoi riguardi. Io lo so per esperienza: anche quando ti tirava una pedata, o quando ti sparava addosso la sequela delle sue parolacce irriferibili ( non ho mai sentito tante parolacce come da lui) era sempre per un impulso d'amore. Amore difficile, ma sempre amore. Lui non m'è mai riuscito di chiamarlo impunemente "passerottino mio", come, per tanti anni, ho chiamato i ragazzi del seminario. Se qualche volta mi scappava, succedeva il finimondo. Lo sapevo, e allora, invece di " passerottino ", lo chiamavo " lazzarone ": per lui andava benissimo"
"Che cosa l'ha colpito di più in lui?"
" La sua capacità di annullarsi fra i poveri, fra i ragazzi e fra la gente senza nome e senza importanza. A lui è sempre bastato amare, sino alla fine, pochi ragazzi: non ha mai preteso di amare l'umanità, o lo ha scritto chiaro tante volte. Ricordo un giorno che capitai a Barbiana senza preavviso, verso sera, quand'era già attaccato dal cancro. Lo trovai, come al solito, nella stanza che serviva da scuola. Era steso nel buio su un pagliericcio. Accanto aveva una donna, la vecchia scema del paese, e i ragazzi meno intelligenti. Erano lì tutti in silenzio, con gli occhi fissi su di me, come se stessero assaporando sino in fondo la loro sofferenza, la loro solitudine, la loro sconfitta umana. E lui era uno di loro, non diverso, non migliore: ed era già condannato a morte. Mi vennero i brividi. Capii allora, più che in qualunque altro momento, il prezzo della sua vocazione, l'abisso del suo amore per quelli che aveva scelto e che lo avevano accettato. L'uomo che sapeva tante lingue, in grado di parlare di teologia, di filosofia, d'arte, di letteratura, d'astrologia, di matematica, di politica come pochi altri, lì, nel buio di quella stanza, accanto a quei "mostri", fu per me, e rimane, l'immagine più eroica del cristiano e del sacerdote ".
" Lei lo ha seguito fino alla morte? "
" Sì, come ho potuto. Guardi qui; questa è una delle prime copie di Lettera a una professoressa. Ufficialmente il libro uscì che lui era già morto. Ma questa copia - la "copia staffetta" - porta la sua dedica a me: una dedica di equipe, perché il libro, come si sa, è un libro scritto insieme da lui e dai ragazzi. Ecco: I nipotini di Barbiana al nonno di Firenze. Poi, guardi questi fogli, con tante frasi tronche: le scrisse quando non poteva più parlarmi, col tumore alla gola. Sono tenere, ironiche, o piene di quell'umorismo nero con cui ha cercato, nei momenti in cui più soffriva, di difendere con ironia la sua tenerezza e la sua commozione, e forse anche la sua paura. Guardi questa frase: "Non le piace la mia morte? non va bene come l'ho programmata? ci trova qualche difetto di regia?" Io mi difendevo, a mia volta, dalla commozione, sgridandolo o prendendolo in giro anche in quei momenti. Siccome tanti medici suoi amici gli stavano continuamente intorno, gli dissi: "Ma si può sapere cosa vuoi? hai un medico per le orecchie, uno per la gola, uno per gli occhi, un altro per la pancia; sembra l'agonia di un sultano, la tua, non quella di un povero prete. Non ti vergogni? "
" Cosa pensa, monsignore: d'essere stato alle prese con un diavolo o con un santo? "
"Con un santo, non c'è dubbio. Anche se tante volte travestito da diavolo. E anche se ci vorrebbe del coraggio, un giorno, a canonizzarlo ".
DON BENSI
Il 4 aprile del 1985, monsignor Bensi, muore a Firenze. Maestro spirituale per tante generazioni. Confessore, parroco di S. Michelino dal 1922. Per trenta anni (dal 1930 al 1960) insegna religione prima al liceo Dante e poi al Galileo. Molte figure autorevoli ruotano attorno a lui: il cardinale Dalla Costa, don Facibeni, don Milani, Giorgio La Pira e tanti altri. Così lo ricorda Enzo Enriques Agnoletti (Nazione 6 aprile 1985):
FARO DEL CATTOLICESIMO FIORENTINO
Oltre che dal dolore di chi gli è stato più vicino la scomparsa di don Bensi, anche se attesa e preparata da un lungo periodo di silenzio, dovrebbe essere accompagnata da un rinnovato interesse per alcuni aspetti del cattolicesimo fiorentino, che hanno tenuto un posto importante anche nella storia civile della nostra città, e hanno esercitato un' influenza che è andata assai oltre le mura cittadine, e che, ancora oggi, conosce personalità di notevole rilievo, sia sul piano religioso che su quello civile e politico.
Questa saldatura tra l'impegno religioso e politico è avvenuta soprattutto a causa dei tragici avvenimenti attraverso i quali è passato il paese: la guerra, il nazismo, la Resistenza. Fra le due guerre una figura che soprattutto ha rappresentato per molte coscienze cristiane un esempio e una guida è stato don Facibeni, il creatore della Madonnina del Grappa. Don Bensi, per molti anni, dopo il Concordato, ha insegnato religione nelle scuole e i suoi allievi ne ricordano la straordinaria capacità di discutere con piena libertà anche temi "laici" con grande spregiudicatezza. In quei lunghi anni, come del resto era stato il caso di don Facibeni, quel movimento cattolico rinnovatore, non ancora chiaramente antifascista, costruiva, a volte quasi inconsapevolmente, un movimento, un modo di essere, di vivere nella società, che era alternativo al fascismo, e sempre di più al fascismo della alleanza con il nazismo con il razzismo e con la guerra. A Firenze, e qui non si può non fare il nome di Giorgio La Pira, attraverso l'esaltazione e soprattutto la riscoperta di certi valori cristiani, abbastanza dimenticati durante il fascismo, questo movimento, anzi piuttosto questo insieme di differenti origini e persone, assume un carattere di netta opposizione, educa con l'esempio e il dialogo una vasta corrente di giovani che, senza puntare esplicitamente, come è avvenuto dopo, a un rinnovamento teologico della Chiesa, assumerà una netta opposizione antifascista, per alcuni più in chiave politica, per altri strettamente legata all'azione che faceva o avrebbe dovuto fare la Chiesa.
Don Bensi non si è mai esibito, come ora accade, in dibattiti politici o sociologici, la sua azione si è tenuta sempre un pò discreta ma presente. Era una persona a cui molti, moltisssimi, ricorrevano per avere guida o consiglio, con quel suo modo chiaro e semplice di affrontare tutti i problemi. Durante la Resistenza ha offerto un aiuto importante, sia logistico (sì logistico non era una cosa da poco) sia contribuendo a creare attorno ai Comitati di Liberazione, e alle forze antifasciste, quel consenso popolare, quella disponibilità ad accordarsi con chi la pensava diversamente, che ha fatto dell'antifascismo fiorentino e della battaglia militare e politica per la liberazione di Firenze, una tappa importante per preparare l'ingresso a pieno titolo dei partiti della Resistenza nella storia politica generale. Don Bensi è stato la guida spirituale di don Lorenzo Milani, colui che lo ha accompagnato in quel lungo processo che ha portato Lorenzo Milani dal più schietto laicismo a una fede vissuta con la coerenza e l'assolutezza che conosciamo. Questo lungo itinerario è documentato nelle centinaia di lettere scambiate e che rappresentano certamente qualcosa di unico e di prezioso per comprendere la storia di una personalità così eccezionale come don Lorenzo Milani. Ci auguriamo, come tanti studiosi, che anche se tali lettere non possono essere disponibili nel presente, tuttavia saranno salvate per essere conservate agli studi e alla riflessione di generazioni future. Credo che un laico possa esprimere la propria ammirazione e riconoscenza per l'opera civile, umana e sociale che ha svolto e per la fede che ha saputo ispirare non solo nei cristiani, ma anche in coloro che credono nelle opere.
Mi prendo qualche giorno per proseguire la strada che ho iniziato, e scrivo a ruota libera ( ma in Toscana si dice piuttosto a bischero sciolto...) I temi escono pari pari dai commenti, e intanto da quello dell'Anonimo che mi chiama nonno. Dice l'Anonimo, che cambia se "là fuori" non c'è nulla, e è tutto nella mia mente, o c'è "qualcosa"? Alla fine, sempre con quello che mi càpita devo fare, giorno per giorno, i conti...
Non sono d'accordo che la rivoluzione copernicana dell'atteggiamento mentale non abbia effetti concreti nella vita ordinaria. Io non sostengo, come gli idealisti tedeschi, che la sola realtà sia quella mentale e che fuori non ci sia niente.Dico che fuori della nostra mente c'è TUTTO. Ma di quel TUTTO ci arriva solo quello che la mente organizza e ci squaderna sotto il naso. E dunque viviamo dentro un videogioco autocostruito. Insisto: autocostruito. E' vero che le condizioni in cui lo autocostruiamo sono quelle date, e possono essere anche sfortunatissime. Ma l'autocostruzione, lo sguardo in giro, l'umore con cui giriamo in giro lo sguardo potrebbero essere opera nostra. La convinzione che quello che ci circonda abbia irrimediabilmente una sua realtà oggettiva ci pone in opposizione con quella realtà. E allora dobbiamo combattere, avanzare contro, vincere le avversità, superare i concorrenti, arrivare primi perchè non c'è secondo posto che tenga. La vita come lotta, come guerra, e il mondo come giungla che seleziona il migliore. E il migliore,in una giungla umana in guerra, sarà il più feroce, il più violento, che diventerà re padre di re.
Viviamo in un mondo che è il prodotto di questa convinzione. Ognuno di noi è tentato di essere il vincitore e padrone di qualcun'altro, il primo mondo sfrutta e domina il secondo mondo, dove schiavisti e padroni sfruttano e utilizzano i loro perdenti, in una cascata di dolore e morte fino all'ultimo villaggio africano o colombiano. E dentro questa ecatombe e cimitero, in questo orrore, sfavillano le futilità.
Se contestate ad un vincente la sua vittoria, opporrà l'argomento che così è per l'appunto la Natura, dove vince il più forte. Madornale bugia! Infame argomento che smerda la sapienza della Natura, ne disconosce i raffinati sistemi di pesi e contrappesi, si fa un alibi dell'innocenza dei predatori, che non uccidono mai per divertimento, si battono per la femmina in combattimenti allegorici in cui se ci si fa male è una disgrazia, non un crimine.
Torniamo alla svelta nel filone principale, che è una riflessione sui personali destini, dentro il videogioco della nostra mente. Lascio a chi piace di vivere la vita come lotta e rischio ( la scarica di adrenalina come rimedio alla noia, appesi ad un elastico a capo sotto da un ponte, o contromano in moto nelle strade di montagna) e guardo l'altra condizione: la resa all'invincibile realtà ostile, la nera visione del proprio Sè irrimediabilmente battuto, nè speranza nè illusioni, l'amaro sapore del nulla. Ma se c'è dell'autocostruzione, nella visione nera di cose e eventi, non è possibile una linguaccia, uno sberleffo, un vaffanculo agli eventi? E quando, come càpita a volte, è solo un'autocostruzione, non è, la linguaccia, il primo passo verso l'uscita?
Nelle piccole cose di ogni giorno sta il segreto della serenità; non sempre questa massima funziona, ma non ce ne sono altre. E meglio di me lo si dice QUI .
Scrivere sulla mente per capire l'anima. Scrivere di un mistero per indagarne un altro. Che la mente sia un mistero è l'opinione di quasi tutti quelli che ci studiano attorno. Non voglio fare un trattatello sull'argomento. Piuttosto raccontare i miei personali stupori. Poi, vediamo...
La prima invincibile meraviglia è la considerazione che nulla di quello che vedo "là fuori" esiste così come mi pare di vederlo: intanto, là fuori, e poi organizzato, definito, colorato e ovvio, visto che ci convivo fino dalla nascita.
Non c'è niente là fuori così come lo vedo: è tutto dentro la mia mente.
Viviamo in un videogame costruito, organizzato, definito e colorato da quel dispositivo biologico che è il cervello e i suoi sensori- occhi, orecchi, pelle, naso, lingua. E' così vero che quando il dispositivo si guasta succedono cose strane. Per esempio, una gamba amputata può continuare a dolére per giorni e giorni, o a prudere al collo del piede, che non c'è più. Perchè quella "gamba" era in realtà un'area del cervello, che permane dedicata alla gamba fantasma, finchè il cervello si "convince" che non c'è più. Ci sono malati che perdono la coscienza del proprio corpo, oppure non "vedono" più specifici oggetti, fino alla scomparsa dell'intero panorama della conoscenza.
Una riflessione su questa verità, che tutto si riversa nella nostra mente, e solo quello "esiste" , cambia innumerevoli prospettive. Non c'è niente, "là fuori", che esista di per sè , in relazione a noi. Esiste solo in quanto diventa parte della nostra mente.
Ma allora, se avessimo modo di padroneggiare la nostra mente, plasmandola secondo la nostra volontà, diventeremmo i re dell'unico universo che conta, per noi. Il nostro Universo mentale.
Mi ha sempre stupito, guardandomi dentro, come un medesimo paesaggio potessse essere fonte di grandissima gioia e commozione, o di fastidio e malumore. Lo stesso: il grande cielo sopra questo altipiano che mi ospita, le montagne attorno, alberi e passerotti, i fiori sui bordi delle strade...
Finchè recentemente ho scoperto un trucco da impiegarsi nelle giornate di scoramento o di noia; un piccolo sorriso, un moto della mente come di carezza, una testata amichevole addosso alle cose vive intorno. Un moto, minuscolo, di colleganza. Se noia o scoramento non hanno motivi seri e amare robuste radici, è l'intera mente che vira verso la serenità, o sobbalza per quell'immotivata melanconia. E cambia di colpo il messaggio delle cose, (ma l'ho già detto, e lo ripeto per l'importanza che ha )
Vedete come adopero, sbagliando, il termine "la mia mente", come fosse un cavallo, "il mio cavallo", da montare, dirigere, piegare al volere, indirizzare. Sbagliato. Non esiste un Io-me, che possiede ( è dotato ) di una mente che devo domare. Io sono la mia mente. Il dualismo è sbagliato e fonte di errori. Non dobbiamo "controllare" la mente, ma liberarla. La libertà dalla costrizione ( dalle emozioni distruttive, dalle paure, dalle attese, dagli attaccamenti alle cose ) della nostra mente, dunque nostra libertà, è il fondamento della serenità.
Questo è il grande insegnamento del Buddha, del Rabbi e poi di ogni saggio : chi vuole salvare la propria anima, la perderà...
Chi fa violenza alla propria mente, non raggiungerà la gioia del nirvana...
Mi fermo qui. Con un sorriso al nuovo giorno che mi è regalato, come fosse il primo, o l'ultimo.